Food for Thought: José Saramago. “Saggio sulla Lucidità”.

Le elezioni in un’immaginaria (ma non troppo) nazione occidentale, in cui la maggioranza assoluta degli elettori della capitale vota scheda bianca.

Qualche giorno fa, mettendo ordine fra i miei libri, mi è capitato fra le mani “Saggio sulla Lucidità”, del grande scrittore portoghese José Saramago. Riflettendo sulla attuale situazione politica europea, non ho potuto fare a meno di constatare quanto questo suo straordinario romanzo sia attuale.


Dopo la grave crisi che ha investito vari paesi fra cui la Grecia, costretta a ricorrere più volte alle urne nel giro di pochi mesi vista l’impossibilità di definire un governo stabile, ed il singolare caso del Belgio, rimasto a lungo senza un esecutivo, qualche settimana fa è stata la volta dell’Italia, dove le recenti elezioni non hanno espresso una maggioranza chiara.


"Il romanzo, ideale seguito di “Cecità”, altro capolavoro di Saramago, racconta delle elezioni che si tengono in un’immaginaria (ma non troppo) nazione occidentale, in cui la maggioranza assoluta degli elettori della capitale vota scheda bianca."

Ci troviamo di fronte ad un chiaro segnale: oltre alla palese dimostrazione di sfiducia nei confronti della politica, sembra che gli ultimi avvenimenti stiano in qualche modo evidenziando una sorta di progressiva presa di coscienza da parte degli elettori, che appoggiano con crescente convinzione movimenti le cui idee vengono spesso definite “anti-politica”.


Ma cosa c’entra “Saggio sulla Lucidità”?


Il romanzo, ideale seguito di “Cecità”, altro capolavoro di Saramago, racconta delle elezioni che si tengono in un’immaginaria (ma non troppo) nazione occidentale, in cui la maggioranza assoluta degli elettori della capitale vota scheda bianca.


L’aspetto realmente interessante del romanzo, è la reazione folle ed allo stesso tempo disperata dell’establishment politico: dopo ulteriori consultazioni conclusesi con il medesimo esito delle precedenti — a dispetto delle pressioni esercitate attraverso i media — la capitale viene dapprima isolata ed abbandonata dagli esponenti istituzionali e poi, dopo una fase d’attesa caratterizzata da indagini poco ortodosse, il governo passa all’azione cercando di destabilizzare la città facendo ricorso ad ogni espediente, fra cui un falso attentato terroristico organizzato dai servizi segreti (vi ricorda qualcosa, cospiratori?). Sorprendentemente, però, la popolazione della città, pur abbandonata a se stessa, reagisce compostamente, riuscendo ogni volta a riorganizzarsi autonomamente.


Se l’obiettivo del governo era quello di dimostrare che il popolo ha bisogno della politica, la missione è fallita miseramente. In realtà, è la politica ad avere bisogno dei cittadini per continuare ad esercitare il potere, dimenticando che governare è innanzitutto un servizio da rendere al paese.


A questo punto per l’establishment l’unica soluzione è trovare un capro espiatorio, un agnello sacrificale che giustifichi una reazione decisa in grado di riportare l’ordine (forse anche questa l’avete già sentita…).


La vittima perfetta viene individuata in una donna, una dei protagonisti di “Cecità”, l’unica ad essere rimasta immune all’epidemia di “mal bianco” che aveva colpito il paese qualche tempo prima, rendendo cieca la popolazione. L’unica persona in grado di vedere in un mondo di ciechi, e per questo accusata di essere a capo della cospirazione che ha diffuso nel paese il “virus” della Scheda Bianca.


Non anticiperò l’epilogo, limitandomi a sottolineare che sarà assai significativo.


Restano aperti gli interrogativi sul senso della politica a la sua missione. In particolare viene da domandarsi se sia la politica a servire il popolo per garantirne il benessere o se invece sia il popolo a servire alla politica per legittimarne potere, privilegi ed abusi.


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